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I luoghi comuni sul referendum trivelle

Tra pochi giorni, domenica 17 aprile, gli italiani saranno chiamati a votare in un referendum abrogativo sulla questione dello sfruttamento dei giacimenti offshore e del loro sfruttamento.

Lo scontro politico sulla questione, anche per la vicenda che ha portato alle dimissioni del ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi, è stato molto acceso, e sostenitori dei campi avversi hanno portato argomentazioni diverse. Vale la pena concentrarsi su qualche luogo comune che circola in questi giorni nei dibattiti.

 

Luogo comune n. 1

“Il referendum bloccherà le trivellazioni in mare”

 

È una frase che a volte si sente dire dai sostenitori del “sì”. Ma è davvero così? Per rispondere a questa domanda vediamo che cosa chiede di abrogare il quesito referendario su cui si voterà il 17 aprile:

 

Comma 239, Articolo 1, Legge di Stabilità 2016

Consente alle piattaforme entro le 12 miglia dalla costa di continuare a estrarre fino all’esaurimento del giacimento

 

In altre parole, se il referendum dovesse superare il quorum e dovessero vincere i sì, soltanto alcune piattaforme – quelle entro le 12 miglia – dovranno chiudere. E dovranno farlo anche se ci fosse ancora del gas o del petrolio da estrarre. Oltre le 12 miglia, invece, resterà possibile cercare e estrarre gas e petrolio. E il referendum non interviene sulle leggi attuali che di fatto già vietano le nuove trivellazioni entro le 12 miglia. Che il referendum bloccherà la trivellazioni in mare, quindi, è falso.

 

Luogo comune n. 2

“Se vincessero i “sì” ci sarebbe una crisi occupazionale”

 

L’argomento dei posti di lavoro è uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori del “no”. In realtà sappiamo abbastanza poco di quanti siano gli impiegati nel settore offshore. Sappiamo che la filiera del ravennate, dove sono concentrate gran parte delle imprese del settore, impiega circa 7 mila persone. Ma cosa succederà il giorno dopo l’eventuale vittoria del sì? Tutte queste imprese abbasseranno immediatamente la saracinesca? Non proprio!

Prima di chiudere le attuali piattaforme, infatti, dovranno scadere le attuali concessioni – che nella maggior parte dei casi dureranno ancora dieci anni, in alcuni casi di molto di più. Il settore offshore è in crisi da anni e di certo una vittoria del sì non sarà positiva per le persone che ci lavorano, ma comunque è esagerato parlare di “crisi occupazionale”.

Infine, i valori della produzione di petrolio e gas entro le 12 miglia aiutano a inquadrare le dimensioni del problema.

 

Produzione entro le 12 miglia

Gas: 2,1% dei consumi nazionali

Petrolio: 0,8% dei consumi nazionali

(Dati MISE elaborati da ASPO Italia)

 

Insomma: una percentuale piccolissima dei carburanti fossili che utilizziamo in Italia proviene dalle piattaforme offshore influenzate dall’esito del referendum.

Per quanto il nostro paese produca moltissima energia elettrica da fonti rinnovabili, circa il 30 per cento di tutta l’energia elettrica consumata (una percentuale più alta di Francia, Germania e Regno Unito), la nostra dipendenza dai carburanti fossili rimane molto alta. In un senso o nell’altro, non sarà certo questo referendum a cambiare il destino energetico italiano.

 

Errata corrige

Durante la puntata di giovedì 7 aprile 2016 la grafica 63 “Quanto continueranno a restare aperte le piattaforme in caso di vittoria dei sì?” erroneamente confondeva piattaforme per concessioni. In seguito ad un’attenta segnalazione da parte di un nostro telespettatore, che ringraziamo, ci scusiamo per questa imprecisione.

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